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Juraj Valčuha: Šostakovič, Sinfonia n. 5 in re minore op. 47

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    Auditorium Arturo Toscanini di Torino
    Orchestra Sinfonica Nazionale della Rai

     

    Juraj Valčuha direttore

     

    Dmitrij Šostakovič (1906-1975)
    Sinfonia n. 5 in re minore op. 47 (1937)
    Moderato – Allegro non troppo
    Allegretto
    Largo
    Allegro non troppo

     

    Tratto dal programma di sala dell’Orchestra Sinfonica nazionale della Rai

    Gli anni Trenta in URSS

    La rapida costruzione voluta da Stalin di un’economia completamente collettivizzata e industrializzata trovò un ostacolo nel ceto dei contadini proprietari terrieri e benestanti, i kulaki. Dopo le prime misure restrittive, tra il 1929 e il 1933 più di cinque milioni di kulaki furono eliminati non solo come classe, ma anche fisicamente. Successivamente la macchina del terrore di Stalin spostò la sua azione su commercianti, tecnici e dirigenti di partito, tutti accusati di impedire l’avanzamento produttivo. Nel 1934 cominciarono le “grandi purghe”: l’assassinio del dirigente del partito comunista Sergej Kirov, probabilmente voluto da Stalin stesso, diede il pretesto per una serie di arresti che colpirono i quadri del partito. L’operazione di repressione divenne ancora più massiccia negli anni successivi: intellettuali, artisti, professionisti e tecnici, scomparvero a migliaia nei campi di concentramento. Nel 1937, l’anno della Quinta di Šostakovič, furono eliminati 20.000 ufficiali delle forze armate, tra cui il maresciallo Tuchačevskij, capo dell’armata rossa.

     

    Šostakovič e il terrore staliniano

    Il 26 dicembre 1935 Stalin assistette al Teatro Bol’šoj a una rappresentazione di Una Lady Macbeth nel distretto di Mcensk di Šostakovič, che fino ad allora aveva riscosso grande successo, e abbandonò la sala dopo il primo intervallo. Un mese dopo la ≪Pravda≫ recensì l’opera con un articolo intitolato Caos anziché musica. L’opera non era più dissonante di alcune sinfonie precedenti, e l’accusa rivolta alla musica fu probabilmente un pretesto: ciò che turbò Stalin fu la vicenda di una donna che fa strage di un’intera famiglia per possedere il suo amante. Gli anni Trenta in URSS furono caratterizzati da una certa morigeratezza dei costumi, e non era certo ammissibile che un prodotto artistico turbasse i solidi precetti patriarcali. L’opera fu cancellata dai programmi e non fu più eseguita in URSS fino al 1963, dieci anni dopo la morte di Stalin, quando ricomparve in una nuova versione intitolata Katerina Izmajlova. Il 26 aprile 1936 Šostakovič terminò la sua Quarta Sinfonia, che eseguì al pianoforte ad amici musicisti e al direttore d’orchestra Otto Klemperer, ottenendo giudizi entusiastici. Ma poco prima dell’esecuzione la ritirò, temendo le critiche della stampa, e probabilmente per la sua stessa vita. L’opera vide la sua prima esecuzione soltanto nel 1961. Nel 1937, tra l’aprile e il luglio, scrisse la sua Quinta Sinfonia, eseguita il 21 novembre a Leningrado, in occasione del ventesimo anniversario della Rivoluzione d’Ottobre. Il regime fu finalmente soddisfatto, trovò l’opera adeguata all’estetica del Realismo Socialista e Šostakovič fu momentaneamente riabilitato.

     

    La Quinta Sinfonia

    Il successo e l’accettazione da parte del regime hanno contribuito a diffondere l’idea che la Quinta Sinfonia sia effettivamente una composizione più semplice, comprensibile per le masse, ottimista, addirittura celebrativa dello stalinismo. Certamente un compromesso con le prescrizioni imposte dal potere fu in parte ricercato, ma la Quinta, seppur più immediata delle sinfonie precedenti, non è affatto un’opera “facile”, né tanto meno un momento di involuzione nel percorso artistico di Šostakovič. Il Moderato si apre con un tema costruito su ampi intervalli, in forma di canone, mentre il secondo tema si evidenzia per la sua maggiore cantabilità; ma è sul primo che viene costruita la tragedia dello sviluppo, che raggiunge i suoi culmini di drammaticità con gli squarci sonori quasi violenti dei tromboni e della tuba. La conclusione è data in una dimensione di sospensione, che si spegne passando tra la melodia del primo violino solo e le scale cromatiche della celesta, non immemori della conclusione del Lied von der Erde di Gustav Mahler. Anche nell’Allegretto successivo rivive la lezione di Mahler: si tratta di uno scherzo che si muove tra ritmi di danza, ma con toni sarcastici e taglienti. Il Largo è un momento di cantabilità tanto semplice quanto intensa, che “si evolve in modo progressivo dall’inizio alla fine”, secondo le parole dello stesso Šostakovič. Il finale, Allegro non troppo, intende dare una risposta positiva a tutti i drammi dei movimenti precedenti; ma sarebbe un errore considerarlo come semplice prodotto dell’ottimismo celebrativo imposto dal regime: il senso del tono certamente affermativo va inteso come risultato di una lotta contro le condizioni storiche angosciose nelle quali vivevano Šostakovič e l’intera Russia, che con la Quinta si identifico immediatamente.

    Paolo Cairoli
    (dagli archivi Rai)

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