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Wayne Marshall: Omaggio a Leonard Bernstein Prelude, Fugue and Riffs

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    AUDITORIUM PARCO DELLA MUSICA
    Sala Santa Cecilia
    Orchestra e Coro dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia

    Wayne Marshall
    direttore

    Lorenzo Fratini
    maestro del coro

    Leonard Bernstein
    (Lawrence, Massachusetts 1918 - New York 1990)

     

    La musica di Leonard Bernstein
    di Andrea Penna
    Tratto dal libretto di sala dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia

    La figura artistica ed umana di Leonard Bernstein ha attraversato il cuore del secolo scorso, lasciando in oltre cinquant’anni di attività un segno profondo nelle discipline che ha affrontato. Generoso e inesausto, Bernstein è stato ad un tempo compositore, direttore d’orchestra, solista, organizzatore musicale, divulgatore, didatta, saggista, promotore e uomo di spettacolo, e in molti momenti è stato capace di sintetizzare il meglio che ciascuno di questi aspetti della sua personalità potevano offrire sia alla società a lui contemporanea, che come lascito per il futuro.

    Per molti versi Bernstein è stato uno dei più felici ed esaltanti risultati – perfino nei suoi difetti – di quell’America che ha conquistato il XX secolo, trasformando in modo straordinario il mosaico di culture e influenze che la componevano in una ricca e complessa nazione, capace di essere all’avanguardia in tutti i campi della cultura e dell’arte. Fortemente cosmopolita, Leonard Bernstein ha però vissuto realizzando le proprie diverse anime artistiche nella costante consapevolezza di essere cittadino degli Stati Uniti d’America, anche quando ne ha contestati uomini o politiche.

    Nato da una famiglia di immigrati russi a Lawrence, Massachussets il 15 agosto del 1918, Leonard (vero nome Luis) Bernstein sarebbe diventato negli anni ’50 una delle figure cardine della vita musicale americana, giungendo ad essere il primo statunitense a ricevere la nomina a direttore musicale di una delle più grandi orchestre d’America, i Filarmonici di New York. Il padre, che aveva avversato lungamente la passione del giovane Lenny per la musica, ma ne divenne poi uno dei suoi più accesi sostenitori, ripeteva spesso che all’epoca dei loro contrasti “non poteva certo sapere che sarebbe diventato Leonard Bernstein!”

    Non solo la critica, ma lo stesso Bernstein riconobbe più volte come l’impegno del podio (una carriera iniziata ufficialmente nel 1943, sostituendo Bruno Walter), avesse involontariamente rallentato la sua attività di compositore. Difficile però dolersene, considerando i suoi raggiungimenti come direttore d’orchestra, impossibili da esplorare in poche brevi pagine: forse qualcuno ne ricorda i tratti nei concerti a Roma, anche negli anni (1983-1990) in cui fu Presidente onorario dell’Orchestra dell’Accademia di Santa Cecilia. Basterebbero comunque i suoi contributi alla conoscenza e alla promozione della musica dei compositori americani, da Copland ad Ives, fino a William Schuman, Ned Rorem, Virgil Thompson (suo acceso critico dalle pagine del “Herald Tribune”), oppure il forte impegno a favore della musica di Gustav Mahler, oggi pienamente stabilita nel repertorio di ogni grande orchestra, grazie anche i suoi sforzi, testimoniati da incisioni di preminenza assoluta.

    Eppure la vivacità dell’ispirazione, anche se costretta da infinite serie di impegni e influenzata dalle mercurialità del carattere di Bernstein, non lo ha mai abbandonato, anche se è indubbio che gli anni fino al 1965 siano stati quelli più fecondi. Anni fondamentali per la ricerca da parte di Bernstein di un linguaggio nuovo, in cui si ritrovano, in una sintesi assai personale, le diverse radici della cultura americana, a partire dalla musica jazz, i ritmi latinoamericani, la lezione della musica colta di ascendenza europea, senza dimenticare la tradizione ebraica, le influenze seminali del cinema, della danza, del Musical e del teatro.

    Prelude, Fugue and Riffs per clarinetto e jazz ensemble
    Prelude (for the brass)
    Fugue (for the saxes)
    Riffs (for everyone)
    Alessandro Carbonare clarinetto


    Nel novembre del 1954 Bernstein fu protagonista del primo dei programmi della serie televisiva “Omnibus”, dedicato alla Quinta Sinfonia di Beethoven: era la prima di una serie di trasmissioni di grande successo che negli anni avrebbero contribuito in modo determinante alla popolarità di Bernstein.

    Per la seconda trasmissione, Bernstein, che nel frattempo era tornato alla Scala di Milano per dirigere La sonnambula con Maria Callas, scelse di esplorare la musica jazz e la sua storia: un’ottima occasione per eseguire finalmente un pezzo scritto alcuni anni prima, che non era ancora mai stato suonato. Prelude, Fugue and Riffs era stato pensato originariamente per la band di Woody Herman, ma quando il pezzo fu terminato – come di consueto Bernstein si era lasciato sommergere dagli impegni e aveva tirato per le lunghe la consegna – il gruppo ormai si era sciolto. In occasione della trasmissione “What is Jazz”, Bernstein lo ripropose, per l’esecuzione di Benny Goodman, cui venne poi dedicato.

    Scritto per clarinetto solista, cinque sassofoni, quattro trombe, quattro tromboni, pianoforte, percussioni e basso, il pezzo dimostra la profonda conoscenza del jazz da parte del giovane Bernstein, e rimane un eccellente esempio di brano jazzistico realizzato da un compositore “serio”, forse il migliore fra i numerosi tentativi di quegli anni. Il titolo stesso suggerisce un ponte tracciato dalla tradizione barocca fino al riff, che nello slang del jazz indica una breve figura melodica ripetuta più volte, con diverse soluzioni armoniche. Anche se i puristi potrebbero eccepire che si tratta di un brano eccentrico rispetto alla tradizione jazz, visto che è del tutto scritto e non prevede improvvisazioni, vale la pena ricordare come proprio in quegli anni il jazz americano proponesse sempre più spesso pezzi estremamente raffinati con forme e orchestrazioni quasi sinfoniche, come quelle di Duke Ellington o della Big Band di Stan Kenton, o gli arrangiamenti dello stesso Benny Goodman. Sicuramente per il suo carattere ibrido il bipezzo non ha sempre avuto accoglienza facile in ambito jazz, almeno non come nelle sale da concerto, dove non ha mai mancato di coinvolgere con estremo divertimento i musicisti delle orchestre più blasonate.

    Il Preludio si apre con le reminiscenze stravinskijane delle trombe, cui segue uno “slow rock”, al quale tornano poi ad intrecciarsi gli incisi delle trombe, con una serie di svelte ma complesse figurazioni ritmiche. La Fuga è invece affidata ai sassofoni, con sapiente gioco di contrasti in cui si inserisce dopo breve anche il pianoforte solista. L’ultimo movimento, introdotto da un solo del clarinetto con il pianoforte, si sviluppa in una sorta di jam session in cui interviene l’intera big band, con i riff che ripropongo alcune cellule musicali dallo “slow rock” del Preludio.

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