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Christian Arming: Schumann Concerto in la op.129, Natalia Gutman violoncello

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    Auditorium Arturo Toscanini di Torino
    Orchestra Sinfonica Nazionale della Rai

     

    Christian Arming direttore
    Natalia Gutman violoncello

     

    Robert Schumann
    (1810-1856)
    Concerto in la minore op. 129 per violoncello e orchestra
    Nicht zu schnell (Non troppo veloce)
    Langsam (Adagio)
    Sehr lebhaft (Molto vivace)

     

    Il tardo stile di Schumann
    Tratto dal libretto di sala dell’Orchestra Sinfonica Nazionale della Rai

    Nella seconda metà dell’Ottocento si diffuse l’abitudine di considerare l’ultima fase della produzione di Schumann meno ispirata rispetto alla precedente: il rimprovero al tardo stile schumanniano era quello di aver perso la vena graffiante e umoristica delle opere giovanili; opinione filtrata anche nel gusto moderno, visto che sono certamente i lavori del primo periodo a godere di maggiore visibilità. Senza dubbio un cambiamento stilistico c’è: il confronto tra le due fasi creative delinea due compositori molto diversi. Ma le ultime opere non sono certo inferiori alle prime: semplicemente esprimono un pensiero diverso; ritraggono un uomo serenamente rassegnato ad abbandonare la lotta contro l’insensibilità artistica dei contemporanei, in favore di un atteggiamento più riservato, impenetrabile dall’esterno. Schumann lasciava a Brahms e ai giovani il compito di percorrere vie nuove, mentre riservava a se stesso il piacere di riscoprire il passato, andando alla ricerca di risorse inesplorate nelle radici antiche. Cinque anni prima di morire, Schumann scopriva la forza drammatica dello stile concertante e non si sentiva un epigono rivisitando uno dei pilastri del linguaggio barocco. Da quella riflessione rigenerante sarebbero nati il Concerto per violoncello, il Concerto per violino e il Konzert-Allegro op. 134: opere molto lontane dal precedente Concerto per pianoforte semplicemente perche figlie di un pensiero musicale differente.

    Il Concerto per violoncello
    Il Concerto per violoncello op. 129 fu una delle prime composizioni che Schumann presentò al pubblico di Düsseldorf nel 1850, l’anno del suo insediamento alla direzione della Società Corale. All’epoca il repertorio per violoncello e orchestra era piuttosto in decadenza e dopo i concerti di Bernhard Romberg si era arricchito soprattutto di lavori effimeri, perfettamente allineati alla tradizione del pezzo virtuosistico. Il concerto di Schumann avviò nella seconda metà dell’Ottocento una ripresa di interesse nei confronti di quel genere trascurato. La sua struttura in tre movimenti collegati internamente riflette una delle più interessanti acquisizioni del periodo: quell’esigenza di ciclicità che tre anni dopo sarebbe stata realizzata nella maniera più dirompente dalla Sonata in si minore per pianoforte di Franz Liszt. Schumann da sempre aveva manifestato interesse nei confronti dell’integrazione tra le varie parti che compongono un’opera musicale: basti pensare ai lavori per pianoforte del primo periodo (Carnaval, Davidsbündlertänze) o ad alcuni cicli di Lieder degli anni Quaranta (Dichterliebe, Frauenliebe und - leben), che sperimentano il contatto di materiale tematico tra le sezioni iniziali e finali dell’opera. Il Concerto per violoncello ripensa a quell’idea formale, tentando una sintesi ancora più organica: si passa da un movimento all’altro senza nemmeno rendersene conto; lo slancio del primo tema tende un arco melodico continuo su tutta l’opera, allungando la sua ombra sui movimenti successivi. Tutta la genialità del compositore emerge nelle sezioni di transizione tra una pagina e l’altra: la riflessione trasognata che apre il secondo movimento e la graduale intensificazione ritmica che conduce al finale. Nella parte conclusiva affiora una raffinata rivisitazione dell’antico: un diretto discendente del rondò separa nettamente gli interventi del solista da quelli dell’orchestra, senza nascondere qualche ripensamento nostalgico a un mondo ormai irrimediabilmente lontano.

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