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John Axelrod: Schumann Sinfonia n. 4 in re minore op. 120

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    Auditorium Arturo Toscanini di Torino
    Orchestra Sinfonica Nazionale della Rai

     

    John Axelrod direttore

    Robert Schumann (1810- 1856)
    Sinfonia n. 4 in re minore op. 120 (1841/53)
    Un poco lento – Vivace
    Romanza. Un poco lento
    Scherzo. Vivace – Trio
    Lento – Vivace – Presto

     

    Un’opera giovane e insieme matura
    Tratto dal programma di sala dell’Orchestra Sinfonica Nazionale della Rai

    Quella della Sinfonia in re minore è una storia lunga più di dieci anni. Schumann partorì il lavoro nel 1841, subito dopo aver pubblicato la Sinfonia “Primavera”.
    Ma la prima esecuzione, avvenuta al Gewandhaus il 6 dicembre dello stesso anno, fu accolta piuttosto freddamente dal pubblico di Lipsia. Per uno come Schumann, consapevole di aver già scritto a soli trent’anni una fetta importante di tutta la sua produzione (dieci anni di musica pianistica), l’insuccesso era un’esperienza sostanzialmente nuova. Era difficile reagire al primo vero scacco; e cosi la partitura della Sinfonia in re minore finì per cadere in fondo a un cassetto, in attesa di tempi migliori. Ci sarebbero voluti ben dodici anni, nonché altre due sinfonie, perché Schumann sentisse l’esigenza di riprendere in mano quel lavoro in cui non aveva mai smesso di credere. Lo stimolo prese forma a Dusseldorf, nel 1852, durante il periodo trascorso dal compositore alla direzione della Società corale. Anni difficili, sia sotto il profilo nervoso, ormai sempre più instabile, sia sotto il profilo professionale: Schumann per l’ennesima volta dimostrò di non essere fatto per stare con i piedi per terra, e anche quell’incarico ufficiale non tardò a trasformarsi in un fallimento.

    L’unica luce venne proprio dalla Sinfonia in re minore, che a quel punto divenne la quarta del corpus: l’esecuzione della versione rivista, il 3 marzo del 1853 a Dusseldorf, seppe finalmente raccogliere quel consenso che era mancato alla prima presentazione pubblica.

    Ma che cosa aveva disturbato il pubblico di Lipsia nel 1841? Senza dubbio la fattura anticonvenzionale. Basti pensare che l’opera apparve nella sua prima veste con il titolo di Fantasia sinfonica: un paracadute nominale con cui Schumann sperava di attutire la caduta di un lavoro che non rispetta affatto gli schemi formali dettati dalla tradizione classica; quattro movimenti da eseguire senza soluzione di continuità, ma soprattutto densi di richiami interni. La Sinfonia in re minore nel 1841 gettava sul tavolo il problema della ciclicità, tentando un’applicazione in ambito sinfonico. Il pubblico avrebbe gradito l’utilizzo di un principio così rivoluzionario in un genere sostanzialmente nuovo, come quello del poema sinfonico lisztiano; nel 1841 i tempi non erano ancora maturi perche un’opera così unitaria facesse piazza pulita delle principali regole formali del genere.

    Ma nel 1852, quando Schumann trovò il coraggio di chiamare il lavoro Sinfonia, Liszt aveva già sfornato diversi poemi sinfonici a Weimar; la gente stava abituando le orecchie alla ciclicità, e la composizione schumanniana poteva ambire a migliore fortuna.

    Difficile ricostruire con precisione l’entità dei singoli ritocchi tra le due versioni; ma ciò che fa della Sinfonia in re minore un’opera unica è proprio la sovrapposizione tra due pensieri musicali diversi: da una parte lo Schumann impetuoso del periodo giovanile, con i suoi temi taglienti, dall’altra l’uomo maturo che ha abbandonato le armi del combattente per ritirarsi in disparte a osservare le inquietudini della generazione contemporanea. Ecco allora spiegate la sovrapposizione tra le idee
    brucianti del primo movimento, il lirismo della Romanza con la sua ricerca di intimità spinta fino all’appartato intervento di un violino solista, la coesistenza nello Scherzo tra le scintille di un episodio principale dal passo cinico e un Trio che svolazza tra archi e legni con la leggerezza di chi non ha più paura di farsi male. Certo, il collegamento nebuloso tra i due ultimi movimenti ricorda l’episodio analogo della Quinta Sinfonia di Beethoven. Ma quello che segue non è il cammino di chi ha risolutamente deciso di girare le spalle al passato; perché Schumann riprende il tema del primo movimento, chiudendo il cerchio con un finale che amplifica il tono festosamente irrequieto su cui si era aperta la Sinfonia.

    Andrea Malvano
    (dagli archivi Rai)

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