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Antonio Pappano: Martinů Memorial to Lidice – Conc. per due pianoforti, Katia e Marielle Labèque Pianoforti

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    AUDITORIUM PARCO DELLA MUSICA Sala Santa Cecilia
    Orchestra dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia

     

    Sir Antonio Pappano Direttore
    Katia e Marielle Labèque Pianoforti

     

     

    Bohuslav Martinů
    (Polička 1890 - Liestal, Basilea 1959)
    Memorial to Lidice
    Adagio - Andante moderato - Adagio
    Prima esecuzione nei concerti dell’Accademia

    Data di composizione
    1943
    Prima esecuzione
    New York,
    Carnegie Hall
    2 ottobre 1943
    Direttore
    Arthur Rodzinsky
    New York Philharmonic
    Organico
    3 Flauti, 2 Oboi,
    Corno inglese
    3 Clarinetti, 2 Fagotti,
    4 Corni, 2 Trombe,
    3 Tromboni, Tuba,
    Timpani, Percussioni,
    Arpa, Pianoforte, Archi

     

    Le musiche in programma
    di Nicola Campogrande
    Tratto dal programma di sala dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia

    Scorre sottotraccia anche in Bastardi senza gloria, la atroce strage di Lidice, e chi conosce la storia ne ritrova evocato l’antefatto nella spedizione intorno alla quale ruota il film di Tarantino. Tutto era cominciato nel settembre 1941, quando Hitler aveva rimpiazzato il docile Neurath, Reichsprotektor (governatore imperiale) di Moravia e di Boemia, con il giovane SS Reinhard Heydrich, sadico e ambizioso, conosciuto come “Heydrich il boia”, e come tale citato anche nella pellicola. Dopo aver assistito impotenti alle sue crudeltà, all’inizio del 1942 il governo ceco, in esilio a Londra, e il suo presidente Edvard Benes presero la decisione: era necessario eliminare Heydrich e, per farlo, sottoposero a un addestramento speciale alcuni sottoufficiali dell’esercito ceco rifugiatisi in Gran Bretagna. Il 27 maggio Josef Gabcik e Jan Kubis passarono all’azione, a Liben, un quartiere di Praga, con una potente bomba. Il piano, tuttavia, riuscì a metà ed Heydrich non morì sul colpo. Fu soccorso e ricoverato in ospedale, dove si spense il 4 giugno a causa delle ferite riportate.

    La rappresaglia nazista fu feroce: tra il 9 e il 10 giugno truppe d’assalto diedero vita a un brutale raid notturno nei villaggi di Lidice e Lezaky, uccidendo tutti gli uomini, deportando donne e bambini e dando fuoco ad ogni edificio e a qualunque manufatto umano. Dopo la distruzione, il cui terribile bilancio fu di duemila morti, dei due villaggi non rimase più nulla, nemmeno i cimiteri.

    E il nome di Lidice passò tristemente alla storia come una delle icone della barbarie nazista.

    Quattordici mesi dopo, Martinů completava il suo Memorial, una delle molte opere che artisti di tutto il mondo vollero dedicare alle vittime, e creò così un breve poema sinfonico che lasciò una forte, drammatica impronta sugli ascoltatori di tutto il mondo.

    Per il compositore si trattava di rendere omaggio alla propria terra. Era infatti nato a Polička, in un villaggio della Boemia orientale, ora parte della Repubblica Ceca, da un padre calzolaio che aveva anche l’incarico di sentinella per incendi, e infatti viveva con la famiglia all’interno della alta torre della chiesa di San Giacomo. Fu lì che il giovane Bohuslav si dedicò al violino, guadagnandosi rapidamente una reputazione, tanto da indurre i cittadini della piccola città ad organizzare una colletta per pagare i suoi studi presso il Conservatorio di Praga, dove arrivò verso i sedici anni. Non era fatto per la vita accademica, però: alla rigida pedagogia del tempo e alle ore di studio richieste, Martinů preferiva lunghe passeggiate alla scoperta della città, concerti, libri su ogni genere di argomento. Allontanato dalla classe di violino, fu spostato a quella di organo, dove si insegnava anche composizione, ma alla fine, dopo quattro anni di tentativi, nel 1910 il Conservatorio abbandonò la partita e lo cacciò per “incorreggibile negligenza”.

    Bohuslav tornò al suo piccolo villaggio e per un po’ di anni riuscì a guadagnarsi da vivere con il suo violino, lavorando come maestro di musica (ed evitando così, qualche anno dopo, di finire al fronte) ma cominciando anche a comporre, con una prolificità piuttosto inconsueta, che lo accompagnerà per tutta la vita. Fu però alla fine della Prima Guerra Mondiale, quando la Cecoslovacchia assunse la forma di una repubblica indipendente, che Martinů fece il suo primo grande exploit: la sua cantata celebrativa Česká rapsodie, del 1919, fu un successo che diede notorietà al suo nome.

    Continuava a suonare il violino, naturalmente, e come membro dell’orchestra del Teatro Nazionale girò l’Europa, il che fu per lui un’utile esperienza: quando si rese conto che la modernità del suo stile non poteva essere accolta dal tradizionalismo allora imperante a Praga, quando i suoi flirt con il jazz si dimostrarono incompatibili con le lezioni di Suk, Martinů partì per la Francia grazie ad una piccola borsa di studio del Ministero dell’Educazione. A Parigi, dove arrivò nel 1923, riuscì a farsi accogliere come allievo da Albert Roussel, che lo seguì regolarmente ma in modo informale, aiutandolo più a trovare la sua strada che impartendogli insegnamenti tecnici. Jazz, neoclassicismo, surrealismo furono in quegli anni materia di indagine per lui, che intanto componeva e componeva, manifestando una forte predilezione per il balletto come luogo principe di sperimentazione (è di quegli anni La revue de Cuisine, ormai un classico). Mantenne forti i legami con la sua terra, rientrando a Praga e a Polička d’estate e in occasione delle prime esecuzioni delle sue opere: anche il folklore ceco fu materiale da esplorare, e nelle sue opere non mancano riferimenti a melodie popolari e ninne nanne. Fu nuovamente la guerra a segnare, inevitabilmente, il suo destino: finito sulla lista nera delle forze di occupazione naziste, Martinů nel 1940 scappò precipitosamente da Parigi, con sua moglie Charlotte e un fascio di partiture sotto il braccio. Prima a Limoges, poi ad Aix-en Provence, la coppia vagabondò per nove mesi, dormendo dove poteva (comprese le stazioni ferroviarie di una dozzina di città) e badando solo alla sopravvivenza. Nella primavera del 1941, finalmente, Bohuslav e Charlotte riuscirono ad assicurarsi un passaggio sulla motonave Exeter, in partenza per New York. Arrivarono negli Stati Uniti senza un soldo e senza conoscere l’inglese, e per Martinů non fu facile ricostruirsi una reputazione e mettere a frutto il suo talento. Ci riuscì, tuttavia, e, dopo aver insegnato ai prestigiosi corsi estivi di Tanglewood, ottenne una cattedra al Mannes College of Music mentre la sua musica cominciava ad essere eseguita.
    Fu dunque negli Stati Uniti, nei primi mesi del 1943, che Martinů compose il suo Memorial to Lidice, un breve poema sinfonico in tre sezioni che si succedono senza soluzione di continuità.

    L’atmosfera di tensione, di dolore, viene evocata grazie all’uso di due tonalità sovrapposte – do minore e do diesis minore – che, fortemente contrastanti, si pongono immediatamente per le orecchie e per il cuore degli ascoltatori come simbolo sonoro della tragedia. Nell’Adagio iniziale la dimensione ceca, nazionale, viene sottolineata fin dalla seconda battuta dalle cadenze del corale tradizionale di San Venceslao, santo patrono della Boemia, affidate ai clarinetti e ai fagotti, che si muovono all’interno di un’orchestra piuttosto nutrita – la ricerca timbrica di Martinů è raffinata, anche in questa pagina relativamente breve. Quando poi la sezione si collega all’Andante moderato il clima muta e si abbandona la tragicità assoluta: in un diverso contesto armonico, che ruota intorno alla tonalità di mi minore, la massa degli archi allude probabilmente alla lotta contro l’oppressore e alla speranza che anima la resistenza. Il breve Adagio finale, poi, con ottoni, corno inglese ed archi acuti rinforzati dal tam-tam, nel riprendere l’atmosfera iniziale dopo un lacerante salto di settima, lancia questa volta la sfida definitiva, nella quale interviene il “tema del destino” che segna l’inizio della Quinta di Beethoven: qui la citazione da cogliere è però quella alla consonante “V” nell’alfabeto Morse, con le tre brevi seguite da una lunga, che, nel segno della vittoria, apriva le trasmissioni speciali della BBC ed era ben nota a tutta la Resistenza europea.

     

     

    Concerto per due pianoforti e orchestra
    Allegro non troppo
    Adagio
    Allegro
    Prima esecuzione nei concerti dell’Accademia

    Data di composizione
    1943
    Prima esecuzione
    Philadelphia
    novembre 1943
    Direttore
    Eugene Ormandy
    Pianoforti
    Pierre Luboschutz,
    Genia Nemenoff
    Philadelphia Orchestra
    Organico
    2 Pianoforti,
    2 Flauti, 2 Oboi,
    2 Clarinetti, 2 Fagotti,
    2 Corni, 2 Trombe,
    Timpani, Percussioni, Archi

     

    Le musiche in programma
    di Nicola Campogrande
    Tratto dal programma di sala dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia

    L’anno prima, nel 1942, Serge Kusevitzkij, che aveva già avuto modo di dirigere la prima esecuzione di molte partiture di Martinů, guidando tra l’altro, con la Boston Symphony, la “prima” de La bagarre nel 1927, aveva invitato il compositore ad insegnare, come si diceva, ai prestigiosi corsi estivi di Tanglewood, in Massachussetts, e fu lì, presso la Berkshire Summer School, che il Maestro compose la sua Prima Sinfonia (altre cinque seguiranno, nel volgere degli ulteriori undici anni di permanenza americana). Conobbe anche, in quell’occasione, i pianisti Pierre Luboschutz e Genia Nemenoff, che gli chiesero di scrivere qualcosa per il loro duo. Martinů amava il pianoforte, che ricorre regolarmente nelle sue partiture ed è spesso un fondamentale ingrediente timbrico nella tavolozza delle sue orchestre, e si lasciò dunque allettare dalla proposta, che trasformò però nel Concerto per due pianoforti e orchestra.

    Raramente Martinů aveva utilizzato lo strumento nella sua veste solistica, concertante, e fu per lui dunque straordinariamente interessante farlo in quest’occasione; anche perché, come aveva egli stesso dichiarato, si sentiva “un tipo da concerto grosso”, cioè un autore che prediligeva l’alternanza tra blocchi, tra solista e orchestra, rispetto all’elaborazione tematica che è stato il cardine della musica sette-ottocentesca. L’organico qui glielo permetteva, e, nei tre movimenti della partitura, Martinů utilizza i pianoforti come strumenti assolutamente solistici, autonomi, in dialogo con l’orchestra piuttosto che suoi complici. I movimenti estremi, che abbondano in dissonanze percussive e sono ritmicamente trascinanti, ricordano la scrittura virtuosistica della Toccata barocca o, se si vuole, la sua versione moderna così come reinventata da Poulenc nel suo lavoro per lo stesso organico, composto una decina di anni prima. Ricorda invece una Fantasia barocca il movimento centrale, l’Adagio nel quale la meravigliosa capacità di sedurre l’ascoltatore che era propria di Martinů si esplicita in modo avvolgente. Scritto pochi mesi prima del Memorial to Lidice, tra il gennaio e il febbraio 1943, il Concerto per due pianoforti e orchestra fu eseguito per la prima volta nel novembre di quell’anno con la Philadelphia Orchestra diretta da Eugene Ormandy e naturalmente Luboschutz e Nemenoff alle tastiere.

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