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Antonio Pappano: Dvořák concerto per violoncello e orch. op. 104, Mario Brunello violoncello

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    Auditorium Parco della Musica - Sala Santa Cecilia
    Orchestra dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia

     

    Sir Antonio Pappano Direttore
    Mario Brunello Violoncello

     

    Anton ín Dvořák
    (Nelahozeves 1841 - Praga 1904)
    Concerto in si minore
    per violoncello e orchestra op. 104
    Allegro
    Adagio ma non troppo
    Allegro moderato
    Data di composizione
    1894-1895
    Prima esecuzione
    Londra, 19 marzo 1896
    Direttore
    Antonín Dvořák
    Violoncellista
    Leo Stern
    Organico
    Violoncello solista
    Ottavino, 2 Flauti, 2 Oboi,
    2 Clarinetti, 2 Fagotti,
    3 Corni, 2 Trombe,
    3 Tromboni, Basso tuba,
    Timpani, Archi

     

    Il Concerto per violoncello e orchestra di Dvořák
    di Simone Ciolfi
    Tratto dal programma di sala dell’accademia Nazionale di Santa Cecilia

    Terminato il Concerto per violoncello e orchestra op. 104 nel febbraio del 1895, Antonín Dvořák scrisseal suo editore sottolineando che avrebbe dato il vialibera alla pubblicazione dell’opera solo dietro rassicurazioneche la partitura non sarebbe stata modificatasenza prima richiedere il suo consenso. ForseDvořák temeva l’amico Hanus Wihan, violoncellistaal quale aveva chiesto di eseguire in prima assolutala parte solistica del Concerto op. 104. Wihan, infatti,aveva proposto alcune modifiche alla partitura, tra lequali c’era la richiesta di inserire le cadenze che avevacomposto appositamente per questa. Tali modificheerano con probabilità nate durante l’esecuzione privata cheWihan aveva dato del Concerto op. 104 nell’agosto del 1895. Tuttavia,Dvořák, pur stimando molto Wihan, aveva accettato soloalcuni consigli dell’amico e molti li aveva rifiutati (le cadenze,per esempio). Nonostante ciò, il compositore desiderava chefosse Wihan a eseguire il lavoro per la première londinese delmarzo 1896, e ancora in febbraio minacciava di ritirare il Concertose non fosse stato lui il solista. Alla fine, però, a ricoprirequesto ruolo fu l’inglese Leo Stern. Le ragioni rimangonosconosciute: forse Wihan aveva preso un altro impegno; forsec’era stato del malcontento perché Dvořák non aveva accettatole modifiche da lui proposte, oppure la Philharmonic Society,che organizzò la première, aveva scelto Stern già da tempo.Non sapremo mai la verità.Tuttavia, la vicenda evidenzia quanto fosse stretto in quelperiodo il rapporto tra esecutori e compositori. Sebbene giàsi andasse verso la specializzazione dei ruoli, gli esecutori influivano sulla veste ultima di un Concerto e i compositori svolgevano spesso anche la funzione di esecutori. Oltre ad essere un esperto dello strumento solista cui il Concerto era dedicato, e quindi ad avere voce in capitolo su elementi tecnici e virtuosistici di cui il compositore poteva non essere uno
    specialista, l’esecutore aveva un rapporto diretto col pubblico e poteva essere utile al successo di un’opera. Inoltre, le partiture non erano ancora viste, come invece succederà nel Novecento, come granitici e intoccabili monumenti; erano creature vive e modificabili, alle quali si poteva togliere o aggiungere. Le resistenze di Dvořák erano dirette verso una pratica generalizzata alla quale egli si poteva opporre in virtù della sua fama e della sua esperienza. Ma non bisogna dimenticare che la versione eseguita oggi del Concerto è quella che accoglie alcune delle modifiche di Wihan e, dunque, che la partitura difesa dal compositore era in qualche modo già influenzata dall’esecutore. Quello che Dvořák voleva evitare è che la situazione gli sfuggisse di mano. Le insistenze di Dvořák per avere Wihan come solista del Concerto trovano motivazione anche nel fatto che fu questi a chiedere più volte al compositore di scrivere un concerto per lui. Dvořák aveva sempre rifiutato sostenendo che il violoncello era perfetto in orchestra ma come strumento solista era assai difficile da affiancare a questa per via del suo timbro medio-basso.

    Accadde però che Dvořák, mentre era direttore del Conservatorio di New York, ascoltò nel 1894 il Concerto per violoncello op. 30 n. 2 di Victor Herbert, insegnante e compositore suo collega. Dvořák si recò più volte ad ascoltare il Concerto di Herbert; tale opera fece scattare in lui una scintilla che lo spinse a lavorare a qualcosa di simile già nel novembre del 1894. Il movimento centrale della partitura di Herbert era in si minore, e probabilmente ciò ispirò il compositore a scrivere il proprio Concerto op. 104 in questa tonalità. Inoltre, Herbert era stato anche violoncello principale della Sinfonia “Dal nuovo mondo”, che Dvořák aveva presentato in prima assoluta nel dicembre del 1893.

    Nonostante segua la scia delle opere “americane” di Dvořák, il Concerto non presenta temi che richiamano il folklore del “Nuovo mondo” ma nella partitura permane non poco l’atmosfera di quelle composizioni. Il celebre tema d’apertura è presentato dapprima in un’insolita nebulosa che combina dubbio e maestosità, momento che evolve rapidamente in un breve andamento tormentoso. Subito interviene l’intera orchestra svelando la natura grandiosa del tema, animata da un piglio epico e popolare che è tratto tipico della personalità artistica di Dvořák. Il secondo tema, lirico ed espressivo, è preceduto da fascinose dissolvenze e seguito da un gioioso movimento danzante che funziona come introduzione al solista. Questo riprende il celebre tema fra ricche e screziate variazioni realizzate tramite gli interventi dell’orchestra nella linea melodica del violoncello, fino al punto di un ritorno dubitoso e minaccioso del tema principale. La ripresa da parte del solista del secondo tema di natura lirica è invece piana e tranquilla. Già da queste poche osservazioni possiamo capire come Dvořák segua, almeno in questo movimento, le prescrizioni del Concerto classico (primo tema all’orchestra, poi al solista; secondo tema all’orchestra, poi al solista). L’atmosfera è però insolitamente moderna, nuova. I temi creati da Dvořák sono in parte responsabili di ciò; tuttavia, gioca un ruolo importante anche il personale senso del timbro orchestrale, fattore che dona a questa creazione di Dvořák caratteri di notevole modernità. In più, l’arco delle passioni che questa musica tende e rilassa è sicuramente di provenienza romantica, ma è utilizzato con una tale freschezza, con tale appassionato ottimismo, che sembra proiettare il Concerto nel futuro invece che nel passato. Il tema dolce ed espressivo dell’Adagio ma non troppo è esposto dagli strumenti a fiato per proseguire poi in un dialogo dal timbro assai lussuoso tra violoncello e clarinetti. Questo pacifico andamento è spezzato da un improvviso intervento dell’orchestra nel quale viene presentato il secondo tema. Dvořák prese tale tema da una sua Romanza da camera intitolata “Lasciami andare da solo con i miei sogni”. Il brano era molto amato dalla cognata Josephina, allora seriamente ammalata. Quando, nel maggio del 1895, Josephina morì, il compositore scrisse una nuova conclusione per il terzo movimento in cui questo tema riappare come un ultimo addio. Ciò spiega la sua contrarietà al tentativo di Wihan d’introdurre proprio lì una cadenza virtuosistica. Il carattere gioioso ed energico dell’Allegro moderato potrebbe essere collegato, secondo alcuni studiosi, alla felicità di Dvořák per il prossimo ritorno in patria alla conclusione del contratto col Conservatorio di New York. Il tema d’apertura è esposto inizialmente dai corni sopra un andamento di marcia, per diventare ben presto travolgente nel momento in cui l’orchestra lo fa proprio. Il brano, in partitura nominato come Finale, ha in realtà forma simile a quella di un Rondò nel quale il tema principale si alterna a un gruppo di altri temi talvolta lirici talaltra energici. In questa generale atmosfera frizzante il ricordo di Josephina si costituisce come momento di riflessione e di tenera meditazione. Esso prelude all’improvvisa e vigorosa chiusa finale, che possiede qualcosa tra l’apoteosi e l’accettazione ultima del proprio destino.

     

    Dvořák in america
    Chiamato a dirigere il nascente Conservatorio di New York da Jeanette Thurber, Dvořák arrivò proprio nei giorni in cui ci si accingeva a celebrare in grande stile il Quarto Centenario della scoperta dell’America. La sua prima apparizione in pubblico era prevista proprio nell’ambito delle celebrazioni del 1892: il 12 ottobre avrebbe dovuto dirigere il Concerto di Gala per il Columbus Day al Metropolitan Opera House, ma per vari problemi organizzativi – non ultimo un incendio al Metropolitan – la data della sua presentazione al pubblico newyorkese slittò al 21 ottobre, quando diresse alla Carnegie Hall il suo Columbian Te Deum. Tra il 1892 e il 1895 visse con la sua famiglia al 327 East 17th Street. In questa casa compose sia la Sinfonia dal Nuovo Mondo sia il Concerto per violoncello e orchestra. Nel 1991, nonostante le proteste della comunità céca, questo sito storico venne demolito. L’amministrazione comunale collocò nella vicina Stuyvesant Square una statua in onore del compositore.

     

    Il violoncello della “prima”
    Il violoncello suonato da Leo Stern in occasione della prima mondiale del Concerto di Dvořák nel 1896 era uno degli appena 60 violoncelli prodotti da Stradivari: il cosiddetto General Kyd del 1684.
    Dopo la morte di Stern (1904) venne acquistato dalla Los Angeles Philharmonic e oggi è lo strumento del primo violoncello dell’orchestra, Peter Stumpf. Nell’aprile del 2004, Stumpf subì il furto dello strumento, che aveva lasciato sulla soglia di casa. Lo Stradivari fu ritrovato pochi giorni dopo da un’infermiera vicino a un bidone della spazzatura. Il violoncello ha oggi un valore che si aggira intorno ai 3 milioni e mezzo di dollari.

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