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Diego Matheuz: Copland, El Salon Mexico

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    Dall’Auditorium Arturo Toscanini di Torino
    Orchestra Sinfonica Nazionale della Rai

    Diego Matheuz direttore

    Aaron Copland (1900-1990)
    El Salon Mexico (1933-1936)

     

    Musica da ballare a piedi nudi
    Tratto dal libretto di sala dell’Orchestra Sinfonica Nazionale della Rai

    Nel 1932 Aaron Copland si trova in Messico. Da sei anni era rientrato in America, dopo un proficuo ciclo di studi parigino con Nadia Boulanger. La sua sensibilità era a caccia di stimoli; qualsiasi occasione era buona, purchè non si trattasse di insegnamenti accademici. Da quelle parti, la musica era la pasta della quotidianità: quanto di più lontano si potesse immaginare dalle aule di Conservatorio. E per Copland fu una rivelazione, destinata a lasciare segni profondi anche nella produzione successiva. Tanto più che a Città del Messico, proprio in quell’anno, era di scena una manifestazione promozionale dedita alla valorizzazione della cultura latino-americana. Fu in quell’occasione, tra commercianti di bestiame e gringos con gli stivali sporchi di fango, che Copland ebbe un primo stimolante impatto con le esperienze musicali messicane. Tutto materiale utile per una nuova fantasia per orchestra, che prese forma tra il 1933 e il 1936, con il titolo di El Salón México.

    La partitura fu completata negli Stati Uniti; ma per la prima esecuzione Copland volle tornare alle origini della sua ispirazione; e fece di tutto per presentare il lavoro a Città del Messico, il 27 agosto del 1937, sotto la direzione di Carlos Chavez. Il titolo si riferisce a un celebre locale della capitale messicana, che lasciò nella mente di Copland un ricordo intenso:
    Forse non avrei mai scritto il pezzo se non avessi frequentato il Salon Mexico. Venni a conoscenza del locale da un guida turistica, che lo descriveva come una night-club nello stile di Harlem, con grande orchestra cubana. C’erano tre stanze: una per gente vestita casual ; uno per gente in abito da lavoro, e uno per gente scalza. Quando entrai, vidi anche una scritta sul muro che diceva: ≪Si prega di non gettare per terra mozziconi di sigarette, affinchè le signore non si brucino i piedi≫.

    La descrizione è perfetta per dare un’idea di El Salón México con le sue melodie travolgenti, tutte da ballare a piedi nudi. Copland mescolò la forte suggestione visiva provata a Città del Messico con una serie di temi tradizionali, tratti da alcune raccolte di recente pubblicazione: il Cancionero mexicano (1925) di Frances Toor e El folklore y la música mexicana (1928) di Ruben Campos. Poco interessa, però, valutare l’effettiva autenticità del materiale utilizzato. Copland cerca di tradurre, con le sonorità avvinazzate dei fiati, tutto il colore vivace della cultura latino-americana. Naturalmente si comincia in sordina, proprio come se nella sala da ballo non fosse ancora tempo di eccessive baldorie: ritmi accennati, melodie sussurrate distrattamente. Poi l’euforia cresce; il ritmo si fa più deciso; e l’orchestra si gonfia di gesti plateali come una danza sfacciata. L’episodio avviato dal clarinetto solo sembra aprire uno squarcio di individualità meditativa all’interno del frastuono collettivo. Ma è solo un’occhiata sfuggente; il ritmo indiavolato torna subito a scalpitare per un finale frenetico, che, nelle notacce del clarinetto piccolo, si lascia sfuggire anche i gridolini stonati di chi ha alzato un po’ troppo il gomito.

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