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Arming: Kodály, Ouverture da teatro – Háry János, suite

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    Auditorium Arturo Toscanini di Torino
    Orchestra Sinfonica Nazionale della Rai

     

    Christian Arming direttore

     

    Zoltán Kodály (1882-1967)
    Ouverture da teatro
    Allegro risoluto

    Zoltán Kodály
    Háry János, suite
    Preludio. Incomincia il racconto. Con moto
    Carillon viennese. Allegretto
    Canzone. Andante, poco rubato
    Battaglia e sconfitta di Napoleone. Alla marcia - Tempo di marcia funebr
    Intermezzo. Andante maestoso, ma con fuoco
    Entrata della corte imperiale. Alla marcia

    Zoltán Kodály
    Ouverture da teatro
    Háry János, suite
    Fiabe popolari

     

    Tratto dal programma di sala dell’Orchestra Sinfonica Nazionale della Rai

    Nato in un’umile famiglia ungherese (il padre era ferroviere), Zoltan Kodaly pescò una carta vincente nella sua origine geografica alla periferia dell’Europa. In un mondo, quello di fine Ottocento, in cui i teatri erano all’italiana, le forme strumentali improntate al classicismo viennese e la ricerca orchestrale modellata sulle esplorazioni di matrice francese, scavare nelle proprie tradizioni poteva essere un privilegio non trascurabile. Anzi, proprio una formazione ai confini delle grandi tradizioni colte poteva essere un’occasione per dire qualcosa di nuovo, rubato direttamente ai repertori nati attorno alle occupazioni contadine. Il piccolo villaggio di Galánta divenne così per Kodály una straordinaria scuola di musica, da frequentare senza quello sguardo naturalmente ricercato che matura in chi cresce studiando solo Mozart o Scarlatti: per il grande repertorio ci sarebbe stato tempo dopo, negli anni universitari trascorsi a Budapest. In famiglia la musica era una compagnia quotidiana: il padre suonava il violino e la madre se la cavava al pianoforte. E così un compositore che a Vienna o Parigi, probabilmente si sarebbe spaccato la testa sul contrappunto di Palestrina, divenne presto il guardiano di un museo in via di estinzione, vale a dire quello stesso repertorio musicale a cielo aperto che anche Bartók (nella sua Transilvania) avrebbe cercato in tutti i modi di salvare e proporre al pubblico delle grandi sale da concerto. Tutta la produzione di Kodály sfoggia dunque uno straordinario equilibrismo tra invenzione genuina e scrittura di tradizione colta.

    L’ouverture da teatro e la suite da Háry János sono due esempi perfetti. Pur essendo due numeri diversi del “catalogo Kodály”, in realtà nacquero da uno stesso spunto poetico: il componimento di János Garay, intitolato Il veterano (1843), che narra dell’ussaro ungherese Hary e del suo meraviglioso racconto, ai limiti del credibile, a fianco dell’esercito viennese negli anni della guerra napoleonica (con tanto di imprigionamento dell’imperatore francese). Kodály capitò su quelle pagine nel 1926, trovandovi l’ispirazione per la stesura di un Singspiel andato in scena a Budapest il 16 ottobre dello stesso anno. L’Ouverture da teatro è la prima versione del prologo strumentale (poi espunto) all’opera: una pagina ripubblicata successivamente come brano sciolto. Mentre suite da Háry János è la raccolta di sei pagine orchestrali che nel 1927 Kodály estrapolò dal lavoro teatrale.

    In entrambi i casi parliamo di musica sostanzialmente visiva, interessata a riprodurre la forza di un’immagine senza passare attraverso ricercati simbolismi; proprio come succede con la magia dei canti popolari. L’Ouverture da teatro colpisce per il suo vitalismo frenetico, esemplare nelle risolute terzine dei flauti che aprono la pagina strumentale, ma anche per la tinta inequivocabilmente folklorica del tema principale, con i suoi intervalli saltellanti rubati al repertorio dell’antica tradizione orale.

    La suite da Háry János è invece una raccolta di pagine che sembrano insistere soprattutto sulla dimensione fiabesca della vicenda: un racconto che scorre deliberatamente al confine tra realtà e finzione. L’apertura in glissando del brano intitolato Incomincia il racconto ci scaraventa in un mondo impalpabile, fatto di echi immaginifici e visionari. Anche il timbro del Carillon viennese ha qualcosa di irreale, con la sua insistenza sui colori metallici delle percussioni e delle campane: il ticchettio delle lancette conta i minuti di una dimensione, quella fiabesca appunto, che in realtà sembra totalmente estranea alla nozione di tempo. La Canzone, con la sua introduzione affidata al violoncello solo, insiste sul popolare (la presenza di uno strumento poco usato in ambito colto come il cimbalom lo conferma), andando a ripescare uno dei momenti più suggestivi del Singspiel. Nemmeno la pagina dedicata alla battaglia contro Napoleone si propone di acquistare una profondità realistica: Kodály preferisce ripensare allo scontro con un umorismo caricaturale, perfettamente espresso dai goffi anatemi scagliati dai tromboni. L’Intermezzo è l’unica pagina della suite in cui l’autore si abbandona all’orgoglio di chi si sente parte di una grande nazione. Ma è solo un momento passeggero, prima che la parodia torni a farsi sentire nell’Entrata della corte imperiale: una solennità posticcia, che ricorre alle più imprevedibili combinazioni timbriche pur di evitare i toni composti e regali.

    ANDREA MALVANO

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