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Juraj Valčuha: Beethoven, Coriolano - Schumann, Concerto in re minore. Isabelle Faust violino

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    Auditorium Arturo Toscanini di Torino
    Orchestra Sinfonica Nazionale della Rai

     

    Juraj Valčuha direttore
    Isabelle Faust violino

     

    Ludwig van Beethoven (1770 - 1827)
    Coriolano, ouverture in do minore op. 62 (1807)

    Robert Schumann (1810 - 1856)
    Concerto in re minore op. postuma per violino e orchestra (1853)

     

    Ludwig van Beethoven
    Coriolano, ouverture in do minore op. 62
    Tratto dal programma di Sala dell’Orchestra Sinfonica Nazionale della Rai

    Questa pagina, sintesi mirabile del “plutarchismo” di Beethoven, fu composta per la tragedia Coriolan di Heinrich Joseph von Collin fra il gennaio e il marzo 1807. Amico di Beethoven, Collin ne aveva assecondato i tentativi di comporre un’opera teatrale fornendogli un abbozzo di libretto per Macbeth, quindi un Bradamante e un oratorio, La liberazione di Gerusalemme, tutti progetti che non andarono oltre il frammento. Alla sua prima presentazione, nel 1802, il Coriolan di Collin ricorse ad intermezzi musicali di Maximilian Stadler e a pagine tratte dall’Idomeneo di Mozart; con ogni probabilità nella ripresa dell’aprile 1807 fu rappresentato con l’ouverture di Beethoven che doveva poi dargli l’immortalità nella storia della cultura.

    La composizione musicale, come sempre in Beethoven, trascende l’occasione della tragedia e trasfigura il conflitto dell’eroe (fra imperativo di vendetta e pietas verso madre e patria) in principi vitali puri ed emblematici; la scacchiera su cui la partita è giocata, come nel primo movimento della Quinta Sinfonia, è di estrema essenzialità, impostata more geometrico fra ritmi martellanti e squarci melodici, integrati, avvinghiati in una volumetria sonora di nuovo conio; naturale che dopo l’ouverture Beethoven non abbia proseguito: nulla si poteva aggiungere a questo torso che, gareggiando con la concretezza dell’arte plastica, toglie ogni desiderio di diluire in casi particolari l’essenza del dramma.

    Giorgio Pestelli
    (dagli archivi Rai)

     

    Robert Schumann
    Concerto in re minore op. postuma per violino e orchestra

    Vigoroso, ma non troppo presto
    Lento
    Animato, ma non presto

    Robert Schumann stava forse trascorrendo alcuni degli ultimi momenti di serenità e lucidità quando compose il Concerto per violino in re minore. Era il 1853 e già da molto tempo il compositore, pianista e critico tedesco viveva segnato dal turbamento per la malattia mentale che nel 1854 lo spinse a tentare il suicidio nel fiume Reno e lo portò al ricovero a Endenich, nei pressi di Bonn, dove trovò la morte nel 1856. Ma poco prima la carica di direttore dei concerti e della società corale di Düsseldorf (dal 1850 al 1853) gli aveva regalato una nuova ventata di energia e di verve creativa, che lo aveva indotto a lasciare da parte per un attimo l’interesse per il genere pianistico, soprattutto votato ai brevi pezzi caratteristici, per affrontare le ampie strutture formali e le vaste possibilità strumentali del repertorio sinfonico (e corale). Videro infatti la luce in quel periodo pagine come la Terza e la Quarta Sinfonia, le Ouvertures della Fidanzata di Messina di Schiller, del Giulio Cesare di Shakespeare, dell’Ermanno e Dorotea di Goethe. Fu la volta del Concerto per violoncello e orchestra, della Fantasia in Do per violino e orchestra, senza trascurare il Requiem, la Messa sacra e l’oratorio Scene dal Faust di Goethe.

    Appartiene a questo momento anche il Concerto per violino e orchestra in re minore op. postuma, che Schumann compose in un lampo tra il 21 settembre e il 3 ottobre 1853 ma che non godette di grande fortuna e rimase sepolto per più di ottant'anni senza essere eseguito né pubblicato. Il primo ottobre Schumann scrisse: «Il concerto per violino è ultimato. Brahms in visita. La sera inaugurazione insieme del nuovo pianoforte». Nel periodo della stesura il compositore tedesco non stava frequentando solo il nuovo pupillo Johannes Brahms, giovane promessa del pianoforte, ma anche il celebre musicista Joseph Joachim, primo violino dell’Orchestra di Corte di Hannover. Fu proprio lui ad ispirare il Concerto per violino, tant'è vero che il compositore gli scrisse in una lettera: «Eri spesso presente nella mia immaginazione durante la composizione, il che deve aver contribuito alla sua caratterizzazione». Secondo Schumann, Joachim sarebbe stato perfetto per interpretarlo; ma ciò non accadde, forse per le riserve che il violinista ebbe nei confronti del concerto, in particolare riguardo al terzo movimento in forma di polacca, giudicato troppo ripetitivo e poco adatto al solista. Alla morte del compositore il manoscritto rimase in mano a Joachim, che continuò a manifestare le sue perplessità in merito e a giudicarlo meno brillante rispetto al resto della produzione di Schumann, tanto che il concerto rimase escluso dall’edizione dell’Opera Omnia, pubblicata sotto l’egida proprio di Joachim, Brahms e della moglie del compositore Clara Schumann.

    Nel 1907, alla morte di Joachim, questa pagina schumanniana finì negli archivi della Biblioteca di Stato prussiana a Berlino e solo dopo ulteriori trent’anni, in pieno regime nazista, Georg Schünemann, direttore della sezione musicale, la ritrovò tra la polvere. Grazie anche al contributo del compositore tedesco Paul Hindemith il Concerto per violino venne pubblicato dall'editore Schott nel 1937 e fu eseguito per la prima volta il 26 novembre di quello stesso anno a Berlino (su pressione del regime, che auspicava una “prima tedesca”) con Georg Kulenkampff al violino insieme ai Berliner Philharmoniker diretti da Karl Böhm. Il violinista statunitense di origini ebraiche Yehudi Menuhin, a cui Schott aveva precedentemente inviato una copia del concerto, riuscì solo circa un mese dopo a darne la prima americana a New York, valutando il concerto positivamente e individuandolo come «lo storico anello mancante della letteratura violinistica [...] il ponte tra il concerto di Beethoven e di Brahms». Anche la violinista ungherese Jelly d’Aranyi, nipote di Joachim, si era interessata al Concerto per violino di Schumann e, meno di due mesi dopo, ne diede una prima esecuzione londinese con la BBC Symphony Orchestra.

    E se l’ultimo Schumann aveva guardato con fascino al virtuosismo e alla tecnica strumentale, si può dire che il Concerto per violino non sembri voler puntare unicamente su questo aspetto. Grande attenzione è data agli spunti lirici ed espressivi, del violino ma anche dell’orchestra, soprattutto nel secondo movimento. L'impianto formale in gran parte non ricalca i tradizionali dettami del concerto romantico e il primo movimento si apre infatti con una doppia esposizione dell'orchestra e del solista, notoriamente non più in voga all'epoca.

    Una caratteristica interessante del concerto è il trattamento del rapporto tra violino e orchestra, che muta dal primo movimento (Vigoroso, ma non troppo presto), dove solista e orchestra sono quasi sempre contrapposti, per arrivare attraverso il secondo movimento Lento ad una sempre maggiore fusione sinfonica e dialogica conquistata nel terzo (Animato, ma non presto). Dopo un primo e secondo tempo dall’espressione più seria e languida, ecco scaturire di seguito il terzo in forma di rondò-sonata vivace e sereno, dal ritmo puntato e dal carattere di polacca. Quest’ultimo movimento, che rappresenta forse l’aspetto più innovativo del concerto, aveva infatti lasciato parecchio basita la cerchia di amici del compositore e la moglie Clara. Lo stesso Schumann, quando aveva mandato in visione il manoscritto a Joachim, gli aveva descritto il concerto come «qualcosa di nuovo [...] che forse ti comunica l'immagine di una certa serietà dietro a cui diventa spesso visibile un'atmosfera gioiosa.»

    Irene Sala

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