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Dima Slobodeniouk: Prokof’ev, Concerto n. 2 in sol minore. Beatrice Rana pianoforte

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    Auditorium Arturo Toscanini di Torino
    Orchestra Sinfonica Nazionale della Rai

     

    Dima Slobodeniouk direttore
    Beatrice Rana pianoforte

     

    Sergej Prokof’ev (1891 - 1953)
    Concerto n. 2 in sol minore op. 16 per pianoforte e orchestra (1912/13-1923)

    Andantino – Allegretto – Cadenza – Tempo I
    Scherzo. Vivace
    Intermezzo. Allegro moderato
    Finale. Allegro tempestoso – Meno mosso – Allegro – Meno mosso
    – Cadenza – Allegro tempestoso

     

    Tratto dal programma di sala dell’Orchestra Sinfonica Nazionale della Rai

    Prokof’ev giunse relativamente presto alla forma del concerto. Ancora ventenne e studente del Conservatorio di San Pietroburgo si era già guadagnato il Premio “Rubinstejn” presentando ad una commissione sconcertata dall’audacia il suo Primo Concerto op. 10 per pianoforte e orchestra (di cui era riuscito ad ottenere la partitura stampata) in luogo di un concerto classico. Tra le polemiche suscitate da questo primo lavoro e l’esecuzione a Chicago del Terzo Concerto op. 26 destinato a conquistarsi una vastissima notorietà, si pone il Secondo Concerto in sol minore op. 16 che vide la luce nel 1912-13. Come di consueto, Prokof’ev sedette al pianoforte per la prima esecuzione che ebbe luogo nella città un po’ fuori mano di Pavlovsk sotto la direzione di Aslanov il 23 agosto 1913. Secondo Philip Hale, la partitura originale andò smarrita quando l'appartamento del compositore fu confiscato per decisione del governo e Prokof’ev dovette pertanto ricostruire il lavoro basandosi sugli schizzi rimasti della parte pianistica. Questa seconda versione fu completata in Bavaria nel 1923 e l’autore potè eseguirla a Parigi nel maggio dello stesso anno sotto la direzione di Serge Koussevitzky. Sono gli anni intensi del continuo peregrinare tra l’America e l’Europa in cui si combinano a ritmo incalzante l’attività del compositore e quella del concertista. Nel Nuovo Mondo, sempre con Koussevitzky, Prokof’ev eseguirà il suo Secondo Concerto per la stagione della Boston Symphony Orchestra nel 1930 e l’Orchestra lo terrà costantemente nel suo repertorio facendolo ascoltare ancora nel marzo 1996. Al suo primo apparire il lavoro fu però accolto tutt’altro che benevolmente se, come ebbe a scrivere un critico, lasciò l’uditorio "agghiacciato dallo spavento e con i capelli dritti". Anche il recensore della "Petersburgskaya Gazeta" raccolse con efficacia le impressioni recepite da un pubblico già prevenuto nei confronti di un autore che in Italia era entrato in contatto con Balla e Marinetti: ≪”Il debutto di questo cubista e futurista ha suscitato un interesse universale. Già sul treno per Pavlovsk si sentiva dappertutto,  “Proko’ev, Prokof’ev, Prokof’ev”. Una nuova stella del pianoforte! Sul palcoscenico appare un giovanotto con il viso di uno studente della scuola di Pietroburgo. Prende posto al pianoforte e dà l’impressione di spolverare i tasti o di sperimentare note con un tocco tagliente, secco. L’uditorio non sa cosa pensare. Si sentono alcuni mormorii indignati. Una coppia si alza e corre verso l’uscita. Il commento generale è questo:  “Una musica del genere è sufficiente per farti impazzire!”.

    La sala si svuota. Il giovane artista termina il suo concerto con un discordante insieme di ottoni. L’uditorio è scandalizzato. La maggior parte della gente fischia. Con un inchino beffardo, Prokof’ev riprende il suo posto e suona un bis. L’uditorio fugge, con esclamazioni come: “Al diavolo tutta questa musica futurista! Siamo venuti qui per divertirci. I gatti sui tetti fanno una musica migliore di questa”≫.

    La veemenza di questa prima reazione naturalmente oggi ci stupisce, anche se noi ascoltiamo la seconda versione e non quella che lasciò di stucco il pubblico di Pavlovsk. Sorge dunque il sospetto di polemiche rivolte più alla figura del musicista che alla sua composizione, anche perché in essa sono contenute molte idee di intenso lirismo e il linguaggio, anche se più ambizioso rispetto al Primo Concerto, è ricco e accessibile. Il primo movimento ad esempio, è introdotto da una delicata frase degli archi in sordina (pizzicato) sostenuta dai clarinetti mentre il pianoforte avvia una figurazione chopiniana alla mano sinistra lasciando alla destra una gentile e protratta melodia. Si riconoscono gli stilemi usuali di Prokof’ev, ma lo sviluppo giunge come un elemento nuovo che affida al pianoforte un’estesa parte solistica il cui ruolo, all’interno del movimento, travalica quello di un’usuale cadenza per farsi asse portante di un lavoro in continua costruzione. Lo Scherzo è un incalzante moto perpetuo affidato alle mani del solista che si incantano su figurazioni di ininterrotti sedicesimi all’ottava mentre l’orchestra immette con vivacità il suo spirito sardonico. L’Intermezzo inizia invece su una cupa e pesante marcia basata sulla reiterazione di quattro note gravi richiamanti lo schema dell'antica passacaglia. Il discorso si sfalda a ridosso del Finale e l’Intermezzo lascia al pianoforte la conclusione in pianissimo sul pizzicato degli archi gravi. L’Allegro tempestoso irrompe con i suoi contrasti timbrici e l’ostentata opposizione di forze tra solista e orchestra abbandonandosi a scarti di umore che culminano nella pagina meditativa e di matrice russa affidata al pianoforte solo. La conclusione brillante e carica di ostentata energia risponde a quella vocazione coreografica che caratterizzerà molti lavori successivi.

    Aurora Blardone
    (dagli archivi Rai)

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